Il paywall senza valore

Tra gli addetti ai lavori del marketing e dell’editoria si è fatto un gran parlare del Paywall del Corriere della Sera in questi giorni. Come funziona, come dovrebbe funzionare e tra critiche e incoraggiamenti stiamo tutti a guardare.

Qui le puntate precedenti

Il paywall che si può bucare

La sparo subito grossa così sapete come la penso. A me pare che il paywall del Corriere sia senza valore.  Penso che sia indirizzato a chi non si informa, a chi non sa cosa sia un browser, a chi non naviga sui social e non ha idea di cosa sia il web.

Detto questo, capisco le difficoltà di una grande macchina quale è RCS Mediagroup. Capisco che il web è ancora sottovalutato. E non nascondo che mi piacerebbe anche ritornare partecipare alla ripresa e alla grandezza del più importante giornale italiano.

Quello che non condivido riguardo al paywall è principalmente il modo di porsi rispetto a questo strumento. Non condivido il modo di porsi rispetto a chi ha una cultura digitale avanzata. Non condivido e non capisco, come chi sta alla guida di importanti istituzioni, non sia ancora, abbastanza, informatizzato.

Il Paywall poroso

Chi si informa, chi legge, chi naviga sui social, infatti, ha scoperto prima ancora che il paywall fosse attivo, come scavalcarlo o  come bucare il paywall del Corriere della Sera.

Certo, c’è chi ha anche spiegato che il Paywall del Corriere si buca facilmente e va bene così. Perché ? Perché si tratta di business model conosciuto e risaputo. E c’è anche chi dall’azienda, sollecitato sui social, ha risposto “Il paywall funziona come deve funzionare”.

Il direttore Luciano Fontana intervistato da Fabio Fazio per pubblicizzare il nuovo sito e il paywall, spiega che si possono leggere almeno 40/ 60 articoli, 20 su desktop, 20 su cellulare e magari 20 sul tablet (quanti lettori leggono 60 articoli al mese?) E sulla facilità di bucare il paywall spiega che

“I lettori del Corriere sono delle persone per bene, onesti, che non perdono tempo a capire come bucare il sistema per non pagare.

Rincara Fabio Fazio: “non perdono le notti a fare queste cose.”

Persone informate

Chi buca il paywall, dunque, dopo aver letto 20 articoli,  non sarebbe una persona per bene.

E cosa sarebbe?

Forse che “persona che si informa ed ha cultura digitale” sarebbe il contrario di persona per bene?

Il direttore Luciano Fontana mi insegna che l’informazione, quella che lui fa ogni giorno, quella informazione per cui da la vita, per cui lascia a casa serenità, famiglia, persone care, per cui ogni giorno mette in gioco la sua professione, serve proprio  a conoscere come funzionano le cose e il mondo.

Perché per bucare il paywall del Corriere non ci vogliono le notti ma 10 secondi. E dovrebbe spiegarlo proprio il Corriere della Sera stesso, dalle sue pagine web e cartacee, informando tutti i lettori, come si fa. E poi spiegare perché sarebbe più corretto pagare, piuttosto che bucare, quali vantaggi ha chi paga e quali svantaggi chi non paga.

Perché se la persona per bene paga consapevolmente, il Corriere della Sera ha raggiunto un grande obiettivo a cui bisogna inchinarsi. Ma se la persona per bene non è informata e paga solo perché non sa, significa che “paga uno per tutti gli altri”.

 

P.s.

In seguito alla comunicazione di Fca (ex Fiat) di uscire da RCS Mediagroup, mi sembra doveroso aggiungere a questo post i link ai comunicati stampa dei Cdr di periodici RCS da IO Donna , del Corriere della Sera e della Gazzetta dello sport,  molto critici nei confronti delle passate amministrazioni.

Ritengo doverosa la lettura dei comunicati  dei Cdr perché penso che se a lavoro non si è sereni, se le decisioni di chi sta in alto taglia lo stipendio e attenta al tuo lavoro, sarà difficile essere creativi e avere le orecchie attente alle novità!

Italo Tanto rumore per nulla

E’ sempre brutto parlare dei colleghi, soprattutto se sbagliano, ma è sport nazionale godere del male altrui. E’ stato questo il caso accaduto al social media manager di Italo domenica 24 gennaio 2016.

Se non conosci la vicenda ti invito a scorrere, la pagina fino in fondo, dove ti propongo la cronologia che vale un master in Social Media Marketing.

E si, perché dopo il caso Italo, quasi tutti gli esperti di social network si sono lanciati nell’analisi del caso. Gli articoli che ti elenco sono molto interessanti, scritti da persone di cui ho profonda stima, con tanti spunti e li ho elencati online per tenerli sempre ben presenti.

Persino io, mi stavo lanciando nella mia analisi. Ma quando ho concluso di scriverla, oltre a non aggiungere nulla a quanto è stato già detto, ho preferito cancellare tutto e ricominciare il post che stai leggendo.

Prima di tutto un’osservazione. La pagina Facebook di Italo, sebbene abbia oltre un milione di fans, prima di domenica non se la filava nessuno. Durante i fatti della domenica, di questo milione di persone si sono risvegliate circa 5000 persone, che il lunedì, dopo le scuse dell’azienda, si sono riaddormentate come nulla fosse.

Certo Italo non è una società che naviga in buone acque, ma certamente non sarà questa faccenda tutta social o la lamentela di questi fans a far fallire l’azienda.

Il punto, secondo me, è un altro. E non riguarda la gestione dei social, riguarda l’organizzazione aziendale, l’organizzazione del lavoro nelle aziende complesse italiane.

Nelle aziende complesse, i social media manager che possono contrapporsi e discutere con l’amministratore delegato o direttore generale sono pochi. Sono i dirigenti e i direttori e i presidenti che si dovrebbero affidare ai loro dipendenti. Delegare, pienamente, dando responsabilità ma riconoscendo anche meriti. Dare valore alla parola e senza promettere fiamme e fuoco davanti all’errore umano. E’ chi sta ai vertici delle aziende che dovrebbero fare almeno un corso in social media marketing per capire cosa significa. E se non ci crede, dopo il corso, far chiudere tutti i canali social dell’azienda. Di colpo e senza nessuna spiegazione.

Insomma, quanto si spiega ai master è vero quando tu sei il padrone dell’azienda e ne hai piena responsabilità. Oppure sei il mega consulente che viene dall’America, applaudito da tutti e da cui tutti pendono dalle labbra sebbene dici le stesse cose che si trovano sui libri di scuola.

Mi chiedo quanti di coloro che hanno mal giudicato il social media manager si sono ritrovati tra un amministratore delegato che detta ordini, parole da comunicare e la propria professionalità che dice di non fare quello che state facendo!

Il problema riguarda l’organizzazione del lavoro. Le persone devono lavorare la domenica? Devono lavorare 24 su 24 ore? I lavoratori hanno dei diritti? Le persone devono lavorare da ovunque? Chi lavora sul web, dal momento che ha una connessione, lavora sempre? Ha diritto ad un giorno di riposo?

Certo, oggi, lottiamo tutti per togliere i diritti a chiunque ne abbia uno di diritto. E quindi chi se ne frega di che diritti ha quel social media manager! Ma quando più nessuno avrà diritti, la nostra situazione sarà migliore? Boh!

A queste domande si aggiungono quelle più specifiche sul lavoro del social media managerChi è il social media manager all’interno della azienda? Come è inquadrato? Su quali rapporti di forza può contare? Quale voce in capitolo ha nella azienda? Viene informato di quello che accade? E’ una persona interna che conosce bene l’azienda? Oppure è una agenzia esterna, che magari non è mai entrata neppure dentro l’azienda? E l’agenzia esterna magari è anche quella scelta perché è la più costosa? O la più meritevole? Come viene a sapere quello che deve comunicare? Riceve comunicati da tradurre dal comunicatesi o burocratese al “linguaggio per il web”? Oppure gli viene imposto di copiare e incollare sui vari social?

Chi sta ai vertici delle aziende quale parere ha dei social media? Perché li ha fatti aprire? Perché li tiene aperti? Perché ci crede? Perché crede che grazie all’ascolto può migliorare l’azienda? Oppure ha fatto aprire un canale social perché tanto ce l’hanno tutti? Perché ci sono tutti? Perché il figlio si diverte tanto con i social ed ha tanti fan, tanti followers? e allora anche l’azienda dove lavora papà deve avere il social?

A chi non è capitato di dover fronteggiare il parere del figlio undicenne del dirigente di turno? Chi ha mantenuto intatto il proprio comunicato dopo una revisione, anche profonda,  del Presidente?

Chi crea la strategia, chiama, parla e discute con chi si occupa dei social? I dirigenti ascoltano veramente e raccolgono i consigli degli operatori sul campo? Riconoscono i meriti di quanti ogni giorno si confrontano con i clienti che giustamente si incazzano per le manchevolezze dell’azienda?

Date voi la risposta a queste domande, abbastanza retoriche. Io, sinceramente, vorrei essere assunto da una azienda che ha un milione di fans, ho stima per coloro che lavorano e riescono ad ottenere contratti di questo genere, lavori prestigiosi, con aziende prestigiose e con uno stipendio da favola. Si mi piacerebbe davvero! E mi piacerebbe pure arrivare e costruire insieme una strategia della comunicazione all’avanguardia. Essere partecipe dell’azienda e fare il meglio possibile, in concorrenza con le migliori aziende del mondo!

Ma non mi piacerebbe affatto essere nei panni di quel social media manager che riceve solo ordini e non viene mai ascoltato.

Le scuse di Italo

Il lunedì la risposta è stata di scuse. I clienti si sono calmati, la pagina è tornata a non cagarsela nessuno, precisamente come prima, il 30 gennaio il family day porterà nuovi clienti ad Italo, per un po’ questo sarà l’esempio di cosa non fare nei migliori master di comunicazione d’Italia. Sarà l’esempio più plateale di Crisis Managment mal gestita. E tutti aspetteremo il prossimo EpicFail della prossima azienda.

Non è finita qui…

Eh si, perché ce ne saranno sempre e di nuovi di questi casi e sempre freschi. Fino a quando non si cambia il modo di lavorare e l’organizzazione del lavoro, fino a quando andare sul web sarà una punizione, fino a quando il lavoro sul web sarà considerato una professionalità vera e forte, importante, strategica, fino a quando non sarà dato il merito di poter parlare a nome dell’azienda, queste cose capiteranno e ogni volta si farà… tanto rumore per nulla. Perché non sono soluzioni che potrà mai dare un social media manager.

La cronologia che vale un Master in Social Media Marketing

Par che tutto sia partito da questa notizia

Family Day, ci sono degli sconti per andare a Roma con Italo su IL POST

Qui la spiegazione degli Stati Generali.

ITALO E FAMILY DAY. Se idiozia e imprenditoria maccheronica viaggiano insieme.

Chi fa il socialmediacoso si chiede

Italo Treno: veramente credi che boicottare sia la soluzione?

L’influencer Jacopo Paoletti fa una attenta analisi su quello che è accaduto e spiega

Come non comunicare sui social: L’analisi del caso #ITALOTRENO

La rivista Studio che a guardar bene si chiede

La brutta figura di Italo è davvero stata una catastrofe social?

Alla fine arriva il buon Pier Luca Santoro di Datamediahub.it che, dati alla mano, pubblica

la Italo Social Analysis

Insomma, Italo, tanto rumore per nulla.

Le parole sono importanti – Seconda parte

Un nuovo video di corriereTV ci offre altre parole, sta volta del vicedirettore Giampaolo Tucci

Verifica e Velocità. Il vicedirettore mette insieme queste parole come fossero dei contrari.

Verifica è parola che viene legata al giornale cartaceo, al vecchio giornale cartaceo che aveva tante ore a disposizione per verificare le notizie. Tante. Sempre 24 ore erano. Immagino che 140 anni fa anche quelle erano poche. Comunque…

Il web richiede velocità! E dunque? La velocità non permette la verifica? La verifica non si può fare? E non la farete? Ma l’essere giornalisti non costringe alla verifica continua? Dite che l’aggiornamento vi salverà? Ma il cambio di organizzazione del lavoro non è fatto per essere veloci e verificare? Tutti a scrivere tutto? Tutti a correggere tutti gli altri? Non ci posso credere!

Torna la parola aggiornamento come sfida del Corriere.it . Tanto che agli abbonati (0,99 euro il primo mese e 9,99 euro dal secondo in poi) al mattino riceveranno una newsletter dove saranno indicati proprio le notizie da tenere d’occhio.

Oculatezza, precisione e semplicità.

Come in ogni lavoro d’altronde.

Ma il vicedirettore ci tiene a precisare cosa significa per il Corriere e per lui, semplicità.

“Semplicità non dettata dalla sciatteria e non dalla velocità”

Insomma, la velocità torna ad essere il nemico del giornale.

Ma avete mai visto la velocità con cui i giovani inviano SMS? A me è capitato di vedere una ragazza scrivere sul cellulare con le mani dietro la schiena. Magari qualche refuso lo invierà, ma l’idea arriva corretta!

Quello che mi chiedo è: ma perché queste interviste a persone che non credono in quel che dicono?

Il vicedirettore dice che aggiorneranno in continuazione il sito, le notizie, ma per colpa della velocità non potranno verificare le notizie. O meglio, che la verifica sarà fatta di volta in volta, per aggiustamenti. E quindi non potrò mai fidarmi delle news? Quindi i giornalisti che fino ad oggi hanno verificato le notizie rinunceranno al proprio metodo di lavoro?

Insomma, si sente tutta la fatica di chi sta cambiando e non vuole, di chi sta facendo qualcosa contro voglia, un qualcosa in cui non crede.

Non voglio giudicare. Ho stima per tutti coloro che sono arrivati in quella posizione facendo la gavetta ed ha tanti anni di esperienza. Quello che consiglierei al prossimo vicedirettore, costretto a inviare un messaggio, è di ripensare ai suoi 20 anni di età, a quando mise il piede la prima volta al Corriere o nella prima redazione giornalistica. Quale fu la sua sensazione? Quali erano le idee che lo attraversavano. Pensi a quello che voleva fare. A tutta la strada percorsa e ci trasmetta quelle sensazioni!

Già che leggendo i commenti dei lettori, si vede tanta gente che sta salutando e dicendo addio. Oltretutto segnalando problemi moto grossi e a cui non si danno risposte.

Già che gli addetti ai lavori la vedono proprio male. Si dice che la cosa non dura neanche sei mesi.

Ci manca solo che non ci crediate neanche voi che state facendo il salto… come deve andare a finire questa storia?

Le parole sono importanti

Le parole del vicedirettore vicario del Corriere, Barbara Stefanelli, che ha rilasciato uno spot/intervista dove si spiega che cosa cambierà il prossimo 27 gennaio con il lancio del nuovo sito del Corriere della Sera, sono importanti!

Per chi non lo sapesse, il 27 gennaio, il sito del Corriere.it adotterà il Metered Paywall, ossia la richiesta di un abbonamento dopo aver letto 20 articoli mensili. I dubbi sono tanti e ne ho già parlato nell’articolo precedente.

Le parole sono importanti e vorrei riflettere su quelle utilizzati in questa intervista e cercare di capire quale sia il messaggio.

Un nuovo sito: cosa avrà di nuovo lo vedremo. Sarebbe bello se poi nel raccontare quello che hanno fatto si parlasse di Architettura dell’informazione, User Experience, Usabilità.

Un nuovo inizio: I primi 140 anni fanno pensare ad una nuova giovinezza. Ma non è dicendo innovazione che si dimostra di essere giovani. E quando non si è giovani davvero è difficile esserlo. E a volte, a me personalmente, pare che tante parole non siano sentite veramente ma siano solo dei sentito dire e nuovo sa di vecchio.

La doppia corsa, la prima alle notizie di sempre e la seconda all’approfondimento che proseguirà per tutto il giorno e non si dovrà aspettare il giorno dopo per gli aggiornamenti”

Semmai la Barbara Stefanelli leggesse questo post vorrei porre una domanda. Cosa avete fatto in questi anni? Non avete fatto questo? E’ una novità? Siccome la risposta è che questa doppia corsa è stata fatta e in modo eccellente, sicuramente per oltre un secolo, la mia paura è che non ci sia nessuna novità. Mi dica che mi sbaglio, ne sarei sollevato!

Avrei anche una seconda domanda sul come le notizie saranno aggiornate. Ma non voglio fare processi alle intenzioni.

E infine tre parole, che sembrano scelte e pensate proprio per essere dette alla fine, proprio per sintetizzare le caratteristiche del Corriere della Sera: Cura, Qualità e Forza.

Dato che le parole sono importanti e a pronunciare queste parole è una persona di spessore ci faccio caso e le prendo sul serio.

Cura: non ci fu cura nel rilascio del sito nel 2014, sito bocciato in trocco dal pubblico , non ci fu cura nella pubblicazione del libro su Je suis Charlie Hebdo e nel riconoscimento dei diritti agli autori. Per cui la cura di sempre è preoccupante. La cura con cui si sanno fare le cose è importantissima e soprattutto deve essere reale. Un lavoro di squadra serve a questo: ad evitare gli errori dei singoli. Quelli che facciamo tutti.

Qualità: in tanti parlano di qualità. Il mantra di ogni corso di comunicazione è “Content is the King” (non se ne può più, davvero!) Per oltre un secolo i lettori che compravano un giornale hanno certificato questa qualità. Oggi non più. Per le più varie ragioni. Forse si dovrebbero usare altre parole, ambire ad altri traguardi. E la qualità deve restare parola dei lettori, non di chi fa le cose. Si è di parte.

Forza: ancora ancora, cura e qualità sono parole che a me piacciono. Ma Forza, proprio no. Voleva dire Passione? Voleva dire altro? No, proprio Forza? Ma non è che ha ascoltato il discorso di Calabresi che si concludeva con la frase “Che la Forza sia con noi?” Ma era una battuta! Dopo un’ora di considerazioni molto interessanti (interessanti, ma ancora da dimostrare che siano tutti propositi realizzabili).

E forti? Con tutti i debiti che ha l’azienda? Con la crisi che attanaglia il mondo dell’editoria?

Non sarebbe stato il caso di usare altre parole?

E comunque… sotto sotto, anche chi vi critica tifa per voi!

E ora si: “Forza e Coraggio!”

 

 

Il paywall del Corriere della Sera

Il paywall del Corriere della Sera sta facendo notizia tra gli addetti ai lavori. Specialmente da quando Datamediahub.it ha pubblicato qualche giorno fa un articolo dal titolo Corriere della Sera Leaks in cui si racconta di un documento interno che il Direttore Luciano Fontana ha inviato a tutti i giornalisti del Corriere.

Il paywall del Corriere della Sera

In pratica, dal 27 gennaio sito del Corriere.it diventerà a pagamento. Ossia, potrai leggere l’edizione digitale fino ad un massimo di 20 articoli mensili, dopo questo numero di pagine visualizzare si viene bloccati e il sistema invita il lettore ad abbonarsi al giornale.

Funzionerà? Non funzionerà? Secondo gli esperti no, perché non tornano i conti: ossia, data la chiusura del giornale, i lettori, per forza di cose, caleranno, calando i lettori si abbasseranno le inserzioni della pubblicità per cui gli abbonamenti diventerano il punto di forza. Ma guardando i dati degli abbonati, in generale, dei giornali, questi da soli non supportano la struttura del giornale. Non solo, questa operazione viene fatta in completa solitudine mentre gli altri giornali saranno ancora gratis totalmente.

C’è chi come Stefano Quintarelli pensa che non funzionerà perché in Italia non c’è la cultura di pagare il giornalismo di valore.

La novità sicuramente c’è ed è che qualcosa si muove. Che i giornali nostrani incomincino a sperimentare e a provare a risalire la china è sicuramente positivo. Se questa scommessa sarà vinta, infatti, gli altri dovranno seguire. Nessun editore al momento naviga in buone acque.

Purtroppo a livello internazionale (negli Stati Uniti si parla di paywall dal 2010), chi ha sperimentato il paywall spesso è tornato sui suoi passi. E se ha funzionato, non ha pagato i costi.

Il cambio di modello di business comporta anche un cambio di sistema lavoro.

Non mi pronuncio su cosa sia corretto fare. Tutti coloro che lavorano nel settore sanno che non c’è la ricetta certa e sicura. E poi chi ha pensato e sta provando questa strada, non è il ragazzino alle prime armi. Anzi, oltre a trattarsi di un grande giornale, le persone stanno mettendo sul fuoco anche il loro posto di lavoro. Quindi, se l’obiettivo è quello di far crescere il giornale, massimo rispetto.

Assenze professionali

Piuttosto nel documento che ho letto a me risuonano le assenze.

Mancano le professionalità contemporanee. Penso a tutte quelle legate all’User Exprerience, come l’architettura dell’informazione, qui al Corriere l’home page viene affidata ad un Desk, ma pare si tratti sempre di giornalisti. Di architetti dell’informazione interni al giornale pare non ce ne siano.

Mancano le professionalità riguardanti i social. O meglio, non il classico social media manager che già c’è, come ci sono i social editor. Ma mancano quelle figure come il public editor, che sta tra il pubblico e i giornalisti ed è un giornalista.

I social del Corriere purtroppo non vanno benissimo. Basta visitare la pagina ufficiale di facebook. Su 2 milioni di like alla pagina (veri o comprati?) i like ai singoli articoli si limitano a qualche decina. Si arriva a 100 al massimo! Non mi metto a fare neanche quanto sia in percentuale. Idem per i commenti e le condivisioni.

Si può fare di meglio? A quanto pare si. Lo fa La Stampa che con meno di 500mila like, sui singoli post riceve un engagment notevole.

Da quanto letto in giro, dicono che  i giornalisti saranno tutti formati. Ma sappiamo tutti che oggi la formazione è insita nelle professioni del web. Perché non lo hanno fatto? E chi lo ha certamente fatto, perché non è stato finora ascoltato? E sarà ascoltato adesso?

Organizzazione del lavoro

E infine, nel documento si parla di turnazione, scambio di consegne, riunione fisse ogni giorno a determinate ore, chiunque abbia lavorato in aziende complesse sa, nella pratica, come poi va a finire. Alla prima emergenza o alla prima notiziona del mese, salta tutto.

Insomma, che dire? Ci auguriamo tutti che funzioni! In bocca al lupo!

La cultura del Like

La cultura del Like è una cultura che non mi piace. Mi pare che la cultura del Like sia il contrario del FareRete, delle unioni, dell’interesse. La cultura del like è una cultura quantitiva, del tanto al chilo, una vanity metrics.

Un articolo potrebbe essere interessante anche se non piace? Se si trattasse solo di cogliere gli argomenti giusti, attrarre un gruppo di persone davvero interessate? Se fosse necessario solo far trovare le informazioni necessarie e basta?

 

 

Più azione e meno like

Per questo blog mi aspetterei meno like e  più azione. Ammetto che il solo like a volte mi infastidisce pure se poi a questo like non segue alcuna azione.

Mi pare che il like sia quella pacca sulle spalle di sfottò così tanto praticata oggigiorno.

E’ come se voi invitaste un gruppo di amici a cena e tutti a fare grandi complimenti e nessuno mangiasse. Quale sarebbe la vostra sensazione? Credereste a quei complimenti? Invitereste nuovamente quelle persone a mangiare dato che poi di cotanto cibo non avreste di che farvene. Sarebbe uno spreco. Ecco molte aziende oggi vivono di questo. Di questi complimenti, di queste storie finte.

La condivisione vera è faticosa. E un copia e incolla di un link non è cosa impossibile, ma che impiega il nostro vero senso di appartenenza a quel link. Mostrare che l’articolo è stato condiviso o non condiviso è informazione che riguarda chi scrive, non chi legge. E noi lettori, io lo sono di altri articoli, abbiamo l’unico dovere che è quello di leggere. Se ci piace qualcosa ritornare, se non ci piace andare altrove in cerca di meglio.

 

Giornali del futuro: una questione di cambiamento

I giornali del futuro sono argomento quotidiano di una grossa fetta dei professionisti del web. Non ci sono in ballo solo i posti di lavoro di giornalisti e di tutto l’indotto. Si parla di Democrazia, Informazione intesa come strumento volto a far comprendere e capire il mondo in cui stiamo vivendo, di Conoscenza e di Coscienza.

Parto da quanto già pubblicato da DataMediaHub sull’anno che verrà. Un post davvero disarmante e che pone le stesse osservazioni di buon senso che fa chiunque frequenti il mondo del content marketing e dell’editoria.

E’ innegabile che all’interno dei grandi gruppi editoriali italiani ci siano professionisti di alta qualità. Risulta difficile pensare che queste persone non abbiano una mente aperta e che non leggano libri, blog di settore e non guardino all’estero con occhi migliori di altri. Ma a quanto pare non si tratta di non saper quello che c’è da fare, piuttosto si tratta della paura di cambiamento.

Cambiamento?

Da un lato ci sono tutte le teorie del mondo che cambia, dei nuovi professionisti del web (tra cui social media manager ma anche architetti dell’informazione e tutte le diramazioni dell’User Experience) che invitano al cambio di marcia e alla sperimentazione. Dall’altro lato ci sono aziende fondate 120, 130 anni fa. Editori di lunga data che seppure in fortissima perdita, ancora qualcosa guadagnano.

Ci penso spesso, anche quando leggo di scelte che mi appaiono scellerate. Scelte volte al consolidamento del preesistente, al mantenimento dello status quo. Mi vien rabbia, per il fatto che non si danno possibilità a talenti sparsi e a giovani di grandi idee. Però allo stesso tempo devo capire che un professionista che ha lavorato per anni per multinazionali editoriali, che è a capo di un giornale nazionale o a capo di una divisione consolidata (non dunque l’ultimo arrivato) che ha gli ultimi 5 o anche 10 anni di lavoro per la pensione, perché dovrebbe imbarcarsi nella sperimentazione? Perché dovrebbe provare qualcosa di nuovo? Perché rischiare un fallimento clamoroso che metterebbe a repentaglio il proprio bonus di centinaia di migliaia di euro?

Parlare meno fare di più

Nell’articolo di DataMediaHub ci si augura che si parli di meno e si faccia di più. Ci uniamo a questo augurio che porterebbe nuovi posti di lavoro, nuove professionalità, uno sguardo allargato all’estero e quindi una ventata di internazionalità, un ammodernamento dei media nazionali.

Tenere su un giornale economicamente è certamente difficile. Far partire da capo un modello di business sperimentale, senza gli adeguati fondi, può essere rischioso. Ma dovrebbero essere i grandi editori, in questa precisa fase storico economica che possono fare sperimentazione. Andare alla ricerca di talenti del presente che permettano di affrontare il futuro in maniera più solida. E produrre un cambiamento culturale davvero sostanziale.

Per chi vuole approfondire il tema può leggere questo libro: i giornali del futuro, il futuro dei giornali. In questo libro è possibile leggere il parere dell’autore Pier Luca Santoro, esperto di comunicazione ed editoria, le interviste ai dirigenti dei maggiori editori italiani.

A me, alla fine del libro, è montata tanta rabbia, ma è comunque da leggere!

Altri approfondimenti si trovano:

Francesco Piccinelli – Il giornalismo che vorrei nel 2016 – Un paio di dritte su quello che — secondo me — dovrebbe fare la professione per sopravvivere

E poi le idee di Wolfgang Blau, stratega digitale del giornale “The Guardian”

 

Guardiamo e pensiamo, con attenzione, al futuro !

Futuro! Guardiamo e pensiamo al futuro! Al nostro futuro!

Siamo alla vigilia di Natale 2015 e oltre alla preparazione dei cenoni e dei pranzi ci si prepara a tirare le somme di un anno davvero interessante. I macro cambiamenti economici portano alla modifica delle vite di ciascuno. E’ innegabile!

Intanto vediamo i Trend del 2015 attraverso l’ascolto dei social. Qui trovate articolo e infografica!

Da una analisi superficiale si nota che le notizie più condivise sono su due grandi temi: le notizie riguardanti lo style life ( e dunque famiglia, salute, formazione, salute della famiglia) e le notizie riguardanti le emozioni.

Questo è lo stato della realtà digitale soprattutto su Facebook, oggi.

Questo dimostra che nonostante l’importanza di questi temi non c’è ancora un uso maturo di internet e non si sfruttino a pieno le potenzialità della Rete.

Non fraintendetemi! Ripeto, stile di vita ed emozioni sono temi importantissimi! Anzi, il bisogno di condivisione significa che tutti noi guardiamo con attenzione alla formazione dei figli, alla cura di anziani genitori, che cerchiamo la giusta convivenza con il partner. E ci mancherebbe.

Ma siamo ancora nella fase ludica, anche se il gioco è una cosa serissima!

Maturità digitale

Come sostiene Clay Shirky, la maturità della rete, l’uso pieno delle opportunità della rete arriverà quando sula Rete riusciremo a modificare la realtà con le nostre battaglie su internet. Ossia, quando attraverso la socializzazione spinta che la Rete ci permette di avere, potremmo difenderci dalle ingiustizie e dai soprusi.

Su certi temi, alcuni cittadini delle periferie un tempo erano da soli. Oggi, grazie ad internet, è possibile creare blog, siti, gruppi social, account twitter attorno ad un tema. E chissà cosa avremo in futuro!

Darsi da fare

Ma non si tratta di cliccare un like. Non si tratta di condividere idealmente un pensiero e poi ritornare all’indifferenza quotidiana. Anzi, significa intanto interessarsi al tema, approfondirlo, studiarlo. E poi significa sbracciarsi e con uno slancio di generosità darsi da fare.

Solo attraverso questa consapevolezza di potere, solo attraverso l’unione ci si potrà difendere dalle ingiustizie che saranno sempre più numerose e sempre più forti.

Lo tsunami di comunicazioni del futuro che è in arrivo dividerà ancora di più la società producendo divisioni e scollamenti pericolosi.

Da un lato ci sarà una popolazione altamente informatizzata e digitale. Dall’altro lato una massa di persone che, seppure seguiranno il flusso, non saranno all’altezza della situazione. Chi ne avrà il controllo deciderà le sorti del mondo e delle economie.

Vi propongo un video di Clay Shirky, Social Media Theorist, del 2009. Si tratta di un video di 7 anni fa. Ma quella maturità di cui lui parla non si è ancora attuata se non per sporadici esempi!

Pornhub Insights

Pornhub Insights è la scoperta di oggi. Scopro, infatti, che il famoso agregatore di siti porno più famoso al mondo fa data analytics in modo serio e massiccio.

Oltre ad essere interessante è anche molto divertente.

Pornhub Insight rivela i gusti nascosti del mondo, almeno di quello occidentale, quelli di cui nessuno vuole parlare. Non si trovano commenti sul sito neanche a pagarli. Eppure qualcosa da imparare c’è.

2 lezioni da ricordare

Almeno due lezioni o promemoria, per me stesso.

Intanto c’è da imparare o da ricordare che un sito di aggregazione controlla i propri utenti. Monitora i comportamenti e di conseguenza fa le sue proposte, con modifiche al sito, aggiustamenti alle categorie e alla tassonomia e quindi alla semantica.

Lo fanno loro che è chiaro cosa vendono. Lo fanno loro che sanno più di tutti quali sono i bisogni dell’utente.

Se andate al sito http://www.pornhub.com/insights , tranquilli, non troverete immagini scandalose, troverete tutta una serie di analisi, di numeri, di grafici ben fatti e con una bella grafica. Insomma, è un sito per professionisti, che si può aprire anche in ufficio. Trovate i gusti degli uomini contro i gusti delle donne. Oppure i dati di confronto tra utenti Apple e utenti Android. Insomma, un sito molto più serio di altri.

La più divertente analisi fatta pochi giorni fa è quella sottolineata da Pier Luca Santoro, sulle ricerche più popolari riguardo le parodie hard. Qui di seguito vi riporto l’analisi.

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Alla gente piacciono le storie

E questa è la seconda lezione o promemoria da segnarsi. Alla gente piacciono le storie e quando un format è bello e duraturo nel tempo questo viene seguito in tutte le salse, sia nella versione originale, sia nella versione hard, sia nella versione on o off line.

Mi sembrano due cose importanti da condividere.

Social TV novità o cosa vecchia?

La social TV è una novità oppure non è altro che una vecchia storia?

Oggi, tutti gli addetti ai lavori social, non parlano d’altro: la puntata di Report che si è occupata di Eni.

Report VS ENI

Cosa è successo? E’ successo che durante la trasmissione di Report, Marco Bardazzi (Communications Director at @eni) dall’account ufficiale twitter di Eni controbatte a Report rispondendo che quanto detto dalla trasmissione è falso.

Non solo, ecco la novità. Non solo risponde in diretta, ma anche rimanda a un link dove trovare tutte le informazioni e le risposte che secondo l’azienda sono state già date e non dette dalla trasmissione.

Ne nasce un dialogo tra Bardazzi, Gabanelli e il direttore di Rai3 Vianello. Insomma, tutti i pezzi da 90 che dialogano in pubblico, attraverso twitter e collegati attraverso hashtag. Fosse la puntata di un Talk, ci sarebbero milioni di persone a guardare. Ma anche su twitter non si scherza a numero di follower.

Il commento di tutti è che si tratta di una rivoluzione. La televisione non si guarda più passivamente. Il protagonista, giudice o imputato, diventa attivo, accerta se quanto dice la tv è vero o falso, e poi giornalisti, direttori e quanti sono coinvolti nel programma rispondono. E quindi la tv si trasferisce, bene o male, sul tuo smartphone e diventa pure più interessante.

Rivoluzione

Questa è una rivoluzione del giornalismo, secondo me, ma anche secondo tanti altri esperti del settore. E non della televisione vera e propria. La social TV è presente fra di noi da un bel po’ di tempo, si parla di anni. Certo il giornalismo e i giornalisti non ne vogliono sapere di far parte di questo nuovo secolo abbarbicati come sono nel loro infinito 1900. Non sia mai… ma gli altri, si stanno evolvendo.

In che senso? Nel senso che ormai è da tempo che i telespettatori commentano i programmi su Twitter. In casa nostra, basta andare su Twitter e cercare l’hashtag #lagabbia oppure ancor più popolare #gazebo, per dirne davvero due, ma ci sono le grandi serie TV internazionali che ormai imperversano in tutte le lingue.

Ma questo non nasce da una rivoluzione vera e propria, ma da una evoluzione lenta e inesorabile.

Come dire… sono anni che negli Stati Uniti e a dire il vero anche in Italia durante la creazione di un Format e/o programmi tv, oltre agli autori e al regista e ad uno staff di creativi c’è la figura del social media manager o social media editor. Queste ultime figure professionali social contribuiscono sia alla creazione fattiva del programma, sia nel rendere e adattare il prodotto al mondo social sin dalla sua nascita. In modo che quando il programma va in onda sia relativamente più facile al social media manager comunicare.

Per chi vuole seguire altri commenti qui un po’ di link

L’articolo di Insopportabile su Medium

Jacopo Paoletto su #ENIVSREPORT: CRISIS MANAGEMENT E REPUTATION ONLINE AI TEMPI DELLA SOCIAL TV.