Il paywall senza valore

Tra gli addetti ai lavori del marketing e dell’editoria si è fatto un gran parlare del Paywall del Corriere della Sera in questi giorni. Come funziona, come dovrebbe funzionare e tra critiche e incoraggiamenti stiamo tutti a guardare.

Qui le puntate precedenti

La sparo subito così sapete come la penso. A me pare che è il paywall del Corriere sia senza valore perché indirizzato a chi non si informa, a chi non sa cosa sia un browser, a chi non naviga sui social e non ha idea di cosa sia il web.

Chi si informa, chi legge, chi naviga sui social, infatti, ha scoperto prima ancora che il paywall fosse attivo o, al più tardi il giorno stesso, come scavalcarlo o  come bucare il paywall del Corriere della Sera.

Certo, c’è chi ha anche spiegato che Il Paywall del Corriere si buca facilmente e va bene così. Perché si tratta di business model risaputo. E chi dall’azienda, sollecitato sui social, ha risposto “Il paywall funziona come deve funzionare”.

Lo stesso direttore Luciano Fontana intervistato da Fabio Fazio per pubblicizzare il nuovo sito e il paywall, spiega che si possono leggere almeno 40/ 60 articoli, 20 su desktop, 20 su cellulare e magari 20 sul tablet (quanti lettori leggono 60 articoli al mese?) E sulla facilità di bucare il paywall spiega che

“I lettori del Corriere sono delle persone per bene, onesti, che non perdono tempo a capire come bucare il sistema per non pagare.

Rincara Fabio Fazio: “non perdono le notti a fare queste cose.”

Il Paywall poroso

Chi buca il paywall, dunque, dopo aver letto 20 articoli,  non sarebbe una persona per bene.

E cosa sarebbe?

Forse che “persona che si informa ed ha cultura digitale” sarebbe il contrario di persona per bene?

Il direttore Luciano Fontana mi insegna che l’informazione, quella che fa ogni giorno, quella per cui sta dando la vita, quella per cui lascia a casa serenità, famiglia, persone care, quella per cui ogni giorno mette in gioco la sua professione, serve proprio  a conoscere come funzionano le cose e il mondo.

Perché per bucare il paywall del Corriere non ci vogliono le notti ma 10 secondi. E dovrebbe spiegarlo proprio il Corriere della Sera stesso, dalle sue pagine web e cartacee, informando tutti i lettori, come si fa. E poi spiegare perché sarebbe più corretto pagare, piuttosto che bucare, quali vantaggi ha chi paga e quali svantaggi chi non paga.

Perché se la persona per bene paga consapevolmente, il Corriere della Sera ha raggiunto un grande obiettivo a cui bisogna inchinarsi. Ma se la persona per bene non è informata e paga solo perché non sa significa che “paga uno per tutti gli altri”.

E se non lo spiega ai lettori, mi auguro che il Corriere lo spieghi a se stesso. Sono certo che, una volta chiarito questo perché,  i lettori aumenteranno e il paywall acquisterà maggior valore.

P.s.

In seguito alla comunicazione di Fca (ex Fiat) di uscire da RCS Mediagroup, mi sembra doveroso aggiungere a questo post i link ai comunicati stampa dei Cdr di periodici RCS da IO Donna , del Corriere della Sera e della Gazzetta dello sport,  molto critici nei confronti delle passate amministrazioni.

Ritengo doverosa la lettura dei comunicati  dei Cdr perché penso che se a lavoro non si è sereni, se le decisioni di chi sta in alto taglia lo stipendio e attenta al tuo lavoro, sarà difficile essere creativi e avere le orecchie attente alle novità!

Italo Tanto rumore per nulla

E’ sempre brutto parlare dei colleghi, soprattutto se sbagliano, ma è sport nazionale godere del male altrui. E’ stato questo il caso accaduto al social media manager di Italo domenica 24 gennaio 2016.

Se non conosci la vicenda ti invito a scorrere, la pagina fino in fondo, dove ti propongo la cronologia che vale un master in Social Media Marketing.

E si, perché dopo il caso Italo, quasi tutti gli esperti di social network si sono lanciati nell’analisi del caso. Gli articoli che ti elenco sono molto interessanti, scritti da persone di cui ho profonda stima, con tanti spunti e li ho elencati online per tenerli sempre ben presenti.

Persino io, mi stavo lanciando nella mia analisi. Ma quando ho concluso di scriverla, oltre a non aggiungere nulla a quanto è stato già detto, ho preferito cancellare tutto e ricominciare un questo nuovo post che stai leggendo.

Prima di tutto un’osservazione. La pagina Facebook di Italo, sebbene abbia oltre un milione di fans, prima di domenica non se la filava nessuno. Durante i fatti della domenica, di questo milione di persone si sono risvegliate circa 5000 persone, che il lunedì, dopo le scuse dell’azienda, si sono riaddormentate come nulla fosse.

Certo Italo non è una società che naviga in buone acque, ma certamente non sarà questa faccenda tutta social o la lamentela di questi fans a far fallire l’azienda.

Il punto, secondo me, è un altro. E non riguarda la gestione dei social, riguarda l’organizzazione aziendale, l’organizzazione del lavoro nelle aziende complesse italiane.

Dico che non riguarda i social non certo per nascondere l’ovvietà degli errori commessi. Però è anche vero che sono stati errori talmente plateali che penso sia impossibile siano stati dettati da uno che di Social network ne capisca un minimo. Sono errori che commenterebbe una persona qualunque che questo lavoro non ha mai fatto. Io per primo ho pensato allo stagista lasciato di domenica come presidio dei social. Ma anche lo stagista, fresco di studi, certe cose non le avrebbe neanche pensate.

Cosa avrei fatto io? Non rispondere, respirare prima fino a 10, poi fino a 100 a 1000 e poi senza dormire la notte avrei aspettato il lunedì mattina.

Ma questo caso, dimostra che, in Italia, ad oggi, applicare quanto è scritto nei manuali non è possibile. La comunicazione, non è un servizio a cui affidarsi, è una valvola di sfogo. In tutti i sensi. La valvola che deve dare sfogo su tutti i canali alle frustrazioni di chi ci sta sopra. Nelle aziende complesse, i social media manager che possono contrapporsi e discutere con l’amministratore delegato o direttore generale sono pochi. Sono i dirigenti e i direttori e i presidenti che si dovrebbero affidare ai loro dipendenti. Delegare, pienamente, dando responsabilità ma riconoscendo anche meriti. Dando valore alla parola e senza promettere fiamme e fuoco davanti all’errore umano. E’ chi sta ai vertici delle aziende che dovrebbero fare almeno un corso in social media marketing per capire cosa significa. E se non ci crede, dopo il corso, far chiudere tutti i canali social dell’azienda. Di colpo e senza nessuna spiegazione.

Insomma quanto si spiega ai master è vero quando tu sei il padrone dell’azienda e ne hai piena responsabilità. Oppure sei il mega consulente che viene dall’America, applaudito da tutti e da cui tutti pendono dalle labbra sebbene dici le stesse cose che si trovano sui libri di scuola. Oppure ancora, in un mondo migliore, sei stato delegato e pagato per fare un lavoro fatto bene e ad arte!

Mi chiedo quanti di coloro che hanno mal giudicato il social media manager si sono ritrovati tra un amministratore delegato che detta ordini e parole da comunicare e la propria professionalità che dice di non fare quello che state facendo!

Io me lo sono immaginato, il tizio, che di domenica, ad una festa con la morosa o con i figli, rilassato, voleva dimenticare una settimana pesante di lavoro e che all’improvviso, viene buttato giù dal divano, dove si stava godendo il suo ultimo superalcolico ridacchiando con il suo migliore amico, buttato giù dal divano da qualcuno di molto in alto, che incazzato, che per caso e mentre cazzeggiava, aveva letto qualche lamentela, un brutto articolo, e che ordina di rispondere subito alle menzogne che stavano circolando.

E allora uno che fa? Quanti avrebbero avuto la freddezza di dire al megadirettoregenerale: “Senta, si rilassi, tra un po’ andranno tutti a guardare i risultati della partita. E’ domenica. Non succede nulla. Ieri c’è stata la manifestazione, è stata un successo, se rispondiamo ci sbranano. Lunedì rispondiamo con calma e in modo corretto. Oltretutto, sono ad una festa, non ho né computer, né cellulare di servizio, la connessione va e viene e rispondere adesso, Le ripeto, sarebbe uno sbaglio. E se non le sta bene, mi licenzi in tronco! Perché io certe cose, così raffazzonate, non le faccio!” Quanti?

E invece che fa, lui mezzo alticcio? ” Ci tenevamo a dirvi…”

Ma quanto sarebbe stato diverso se invece il post sarebbe cominciato con “Vi scrivo dal bagno di casa di un amico, perdonati i refusi, ma ho lasciato il cellulare di servizio a casa. Mi hanno costretto, pena il posto di lavoro, a dirvi che…”. Sarebbe stato in linea anche con il secondo “Ragazzi, calmini che se continuate, qui mi licenziano…” E anche con le scuse “Gentili clienti, ieri mi hanno massacrato, io la penso come voi, mi dispiace per quello che è stato detto e per quanto accaduto…”

Il problema è semmai di organizzazione del lavoro. Le persone devono lavorare la domenica? Devono lavorare 24 su 24 ore? I lavoratori hanno dei diritti? Le persone devono lavorare da ovunque? Chi lavora sul web, dal momento che ha una connessione, lavora sempre? Ha diritto ad un giorno di riposo?

Certo, oggi, lottiamo tutti per togliere i diritti a chiunque ne abbia uno di diritto. E quindi chi se ne frega di che diritti ha quel social media manager! Ma quando più nessuno avrà diritti, la nostra situazione sarà migliore? Boh!

A queste domande si aggiungono quelle più specifiche sul lavoro del social media manager, o media coso, come molti ormai si fanno chiamare. Ecco, neanche chi fa il social media manager, ed è pure bravo, si sa definire. Figuriamoci andarlo a definire all’interno di una azienda e di una azienda complessa. Chi è il social media manager all’interno della azienda? Come è inquadrato? Su quali rapporti di forza può contare? Quale voce in capitolo ha nella azienda? Viene informato di quello che accade? E’ una persona interna che conosce bene l’azienda? Oppure è una agenzia esterna, che magari non è mai entrata neppure dentro l’azienda? E l’agenzia esterna magari è anche quella scelta perché è la più costosa e poi come lavora non lo sa nessuno? Come viene a sapere di quello che deve comunicare? Riceve comunicati da tradurre dal comunicatesi o burocratese al “linguaggio per il web”? Oppure gli viene imposto di copiare e incollare sui vari social?

Chi sta ai vertici delle aziende quale parere ha dei social media? Perché li ha fatti aprire? Perché li tiene aperti? Perché ci crede? Perché crede che grazie all’ascolto può migliorare l’azienda? Oppure ha fatto aprire un canale social perché tanto ce l’hanno tutti? Perché ci sono tutti? Perché il figlio si diverte tanto con i social ed ha tanti fan, tanti followers? e allora anche l’azienda dove lavora papà deve avere il social?

A chi non è capitato di dover fronteggiare il parere del figlio undicenne del dirigente di turno? Chi ha mantenuto intatto il proprio comunicato dopo una revisione, anche profonda,  del Presidente?

Chi crea la strategia, chiama, parla e discute con chi si occupa dei social? I dirigenti ascoltano veramente e raccolgono i consigli degli operatori sul campo? Riconoscono i meriti di quanti ogni giorno si confrontano con i clienti che giustamente si incazzano per le manchevolezze dell’azienda?

Date voi la risposta a queste domande, abbastanza retoriche. Io, sinceramente, vorrei essere assunto da una azienda che ha un milione di fans, ho stima per coloro che lavorano e riescono ad ottenere contratti di questo genere, lavori prestigiosi, con aziende prestigiose e con uno stipendio da favola. Si mi piacerebbe davvero! E mi piacerebbe pure arrivare e costruire insieme una strategia della comunicazione all’avanguardia. Essere partecipe dell’azienda e fare il meglio possibile, in concorrenza con le migliori aziende del mondo!

Ma non mi piacerebbe affatto essere nei panni di quel social media manager che riceve solo ordini e non viene mai ascoltato.

Il lunedì la risposta è stata di scuse. I clienti si sono calmati, la pagina è tornata a non cagarsela nessuno, precisamente come prima, il 30 gennaio il family day porterà nuovi clienti ad Italo, per un po’ questo sarà l’esempio di cosa non fare nei migliori master di comunicazione d’Italia. Sarà l’esempio più plateale di Crisis Managment mal gestita. E tutti aspetteremo il prossimo EpicFail della prossima azienda.

Eh si, perché ce ne saranno sempre e di nuovi di questi casi e sempre freschi. Fino a quando non si cambia il modo di lavorare e l’organizzazione del lavoro, fino a quando andare sul web sarà una punizione, fino a quando il lavoro sul web sarà considerato una professionalità vera e forte, importante, strategica, fino a quando non sarà dato il merito di poter parlare a nome dell’azienda, queste cose capiteranno e ogni volta si farà… tanto rumore per nulla. Perché non sono soluzioni che potrà mai dare un social media manager.

La cronologia che vale un Master in Social Media Marketing

Par che tutto sia partito da questa notizia

Family Day, ci sono degli sconti per andare a Roma con Italo su IL POST

Qui la spiegazione degli Stati Generali.

ITALO E FAMILY DAY. Se idiozia e imprenditoria maccheronica viaggiano insieme.

Chi fa il socialmediacoso si chiede

Italo Treno: veramente credi che boicottare sia la soluzione?

L’influencer Jacopo Paoletti fa una attenta analisi su quello che è accaduto e spiega

Come non comunicare sui social: L’analisi del caso #ITALOTRENO

La rivista Studio che a guardar bene si chiede

La brutta figura di Italo è davvero stata una catastrofe social?

Alla fine arriva il buon Pier Luca Santoro di Datamediahub.it che, dati alla mano, pubblica

la Italo Social Analysis

Insomma, Italo, tanto rumore per nulla.

Le parole sono importanti – Seconda parte

Un nuovo video di corriereTV ci offre altre parole, sta volta del vicedirettore Giampaolo Tucci

Verifica e Velocità. Il vicedirettore mette insieme queste parole come fossero dei contrari.

Verifica è parola che viene legata al giornale cartaceo, al vecchio giornale cartaceo che aveva tante ore a disposizione per verificare le notizie. Tante. Sempre 24 ore erano. Immagino che 140 anni fa anche quelle erano poche. Comunque…

Il web richiede velocità! E dunque? La velocità non permette la verifica? La verifica non si può fare? E non la farete? Ma l’essere giornalisti non costringe alla verifica continua? Dite che l’aggiornamento vi salverà? Ma il cambio di organizzazione del lavoro non è fatto per essere veloci e verificare? Tutti a scrivere tutto? Tutti a correggere tutti gli altri? Non ci posso credere!

Torna la parola aggiornamento come sfida del Corriere.it . Tanto che agli abbonati (0,99 euro il primo mese e 9,99 euro dal secondo in poi) al mattino riceveranno una newsletter dove saranno indicati proprio le notizie da tenere d’occhio.

Oculatezza, precisione e semplicità.

Come in ogni lavoro d’altronde.

Ma il vicedirettore ci tiene a precisare cosa significa per il Corriere e per lui, semplicità.

“Semplicità non dettata dalla sciatteria e non dalla velocità”

Insomma, la velocità torna ad essere il nemico del giornale.

Ma avete mai visto la velocità con cui i giovani inviano SMS? A me è capitato di vedere una ragazza scrivere sul cellulare con le mani dietro la schiena. Magari qualche refuso lo invierà, ma l’idea arriva corretta!

Quello che mi chiedo è: ma perché queste interviste a persone che non credono in quel che dicono?

Il vicedirettore dice che aggiorneranno in continuazione il sito, le notizie, ma per colpa della velocità non potranno verificare le notizie. O meglio, che la verifica sarà fatta di volta in volta, per aggiustamenti. E quindi non potrò mai fidarmi delle news? Quindi i giornalisti che fino ad oggi hanno verificato le notizie rinunceranno al proprio metodo di lavoro?

Insomma, si sente tutta la fatica di chi sta cambiando e non vuole, di chi sta facendo qualcosa contro voglia, un qualcosa in cui non crede.

Non voglio giudicare. Ho stima per tutti coloro che sono arrivati in quella posizione facendo la gavetta ed ha tanti anni di esperienza. Quello che consiglierei al prossimo vicedirettore, costretto a inviare un messaggio, è di ripensare ai suoi 20 anni di età, a quando mise il piede la prima volta al Corriere o nella prima redazione giornalistica. Quale fu la sua sensazione? Quali erano le idee che lo attraversavano. Pensi a quello che voleva fare. A tutta la strada percorsa e ci trasmetta quelle sensazioni!

Già che leggendo i commenti dei lettori, si vede tanta gente che sta salutando e dicendo addio. Oltretutto segnalando problemi moto grossi e a cui non si danno risposte.

Già che gli addetti ai lavori la vedono proprio male. Si dice che la cosa non dura neanche sei mesi.

Ci manca solo che non ci crediate neanche voi che state facendo il salto… come deve andare a finire questa storia?

Le parole sono importanti

Le parole del vicedirettore vicario del Corriere, Barbara Stefanelli, che ha rilasciato uno spot/intervista dove si spiega che cosa cambierà il prossimo 27 gennaio con il lancio del nuovo sito del Corriere della Sera, sono importanti!

Per chi non lo sapesse, il 27 gennaio, il sito del Corriere.it adotterà il Metered Paywall, ossia la richiesta di un abbonamento dopo aver letto 20 articoli mensili. I dubbi sono tanti e ne ho già parlato nell’articolo precedente.

Le parole sono importanti e vorrei riflettere su quelle utilizzati in questa intervista e cercare di capire quale sia il messaggio.

Un nuovo sito: cosa avrà di nuovo lo vedremo. Sarebbe bello se poi nel raccontare quello che hanno fatto si parlasse di Architettura dell’informazione, User Experience, Usabilità.

Un nuovo inizio: I primi 140 anni fanno pensare ad una nuova giovinezza. Ma non è dicendo innovazione che si dimostra di essere giovani. E quando non si è giovani davvero è difficile esserlo. E a volte, a me personalmente, pare che tante parole non siano sentite veramente ma siano solo dei sentito dire e nuovo sa di vecchio.

La doppia corsa, la prima alle notizie di sempre e la seconda all’approfondimento che proseguirà per tutto il giorno e non si dovrà aspettare il giorno dopo per gli aggiornamenti”

Semmai la Barbara Stefanelli leggesse questo post vorrei porre una domanda. Cosa avete fatto in questi anni? Non avete fatto questo? E’ una novità? Siccome la risposta è che questa doppia corsa è stata fatta e in modo eccellente, sicuramente per oltre un secolo, la mia paura è che non ci sia nessuna novità. Mi dica che mi sbaglio, ne sarei sollevato!

Avrei anche una seconda domanda sul come le notizie saranno aggiornate. Ma non voglio fare processi alle intenzioni.

E infine tre parole, che sembrano scelte e pensate proprio per essere dette alla fine, proprio per sintetizzare le caratteristiche del Corriere della Sera: Cura, Qualità e Forza.

Dato che le parole sono importanti e a pronunciare queste parole è una persona di spessore ci faccio caso e le prendo sul serio.

Cura: non ci fu cura nel rilascio del sito nel 2014, sito bocciato in trocco dal pubblico , non ci fu cura nella pubblicazione del libro su Je suis Charlie Hebdo e nel riconoscimento dei diritti agli autori. Per cui la cura di sempre è preoccupante. La cura con cui si sanno fare le cose è importantissima e soprattutto deve essere reale. Un lavoro di squadra serve a questo: ad evitare gli errori dei singoli. Quelli che facciamo tutti.

Qualità: in tanti parlano di qualità. Il mantra di ogni corso di comunicazione è “Content is the King” (non se ne può più, davvero!) Per oltre un secolo i lettori che compravano un giornale hanno certificato questa qualità. Oggi non più. Per le più varie ragioni. Forse si dovrebbero usare altre parole, ambire ad altri traguardi. E la qualità deve restare parola dei lettori, non di chi fa le cose. Si è di parte.

Forza: ancora ancora, cura e qualità sono parole che a me piacciono. Ma Forza, proprio no. Voleva dire Passione? Voleva dire altro? No, proprio Forza? Ma non è che ha ascoltato il discorso di Calabresi che si concludeva con la frase “Che la Forza sia con noi?” Ma era una battuta! Dopo un’ora di considerazioni molto interessanti (interessanti, ma ancora da dimostrare che siano tutti propositi realizzabili).

E forti? Con tutti i debiti che ha l’azienda? Con la crisi che attanaglia il mondo dell’editoria?

Non sarebbe stato il caso di usare altre parole?

E comunque… sotto sotto, anche chi vi critica tifa per voi!

E ora si: “Forza e Coraggio!”

 

 

Il paywall del Corriere della Sera

Il paywall del Corriere della Sera sta facendo notizia tra gli addetti ai lavori. Specialmente da quando Datamediahub.it ha pubblicato qualche giorno fa un articolo dal titolo Corriere della Sera Leaks in cui si racconta di un documento interno che il Direttore Luciano Fontana ha inviato a tutti i giornalisti del Corriere.

In pratica, dal 27 gennaio sito del Corriere.it diventerà a pagamento. Ossia, potrai leggere l’edizione digitale fino ad un massimo di 20 articoli mensili, dopo questo numero di pagine visualizzare si viene bloccati e il sistema invita il lettore ad abbonarsi al giornale.

Funzionerà? Non funzionerà? Secondo gli esperti no, perché non tornano i conti: ossia, data la chiusura del giornale, i lettori, per forza di cose, caleranno, calando i lettori si abbasseranno le inserzioni della pubblicità per cui gli abbonamenti diventerano il punto di forza. Ma guardando i dati degli abbonati, in generale, dei giornali, questi da soli non supportano la struttura del giornale. Non solo, questa operazione viene fatta in completa solitudine mentre gli altri giornali saranno ancora gratis totalmente.

C’è chi come Stefano Quintarelli pensa che non funzionerà perché in Italia non c’è la cultura di pagare il giornalismo di valore.

La novità sicuramente c’è ed è che qualcosa si muove. Che i giornali nostrani incomincino a sperimentare e a provare a risalire la china è sicuramente positivo. Se questa scommessa sarà vinta, infatti, gli altri dovranno seguire. Nessun editore al momento naviga in buone acque.

Purtroppo a livello internazionale (negli Stati Uniti si parla di paywall dal 2010), chi ha sperimentato il paywall spesso è tornato sui suoi passi. E se ha funzionato, non ha pagato i costi.

Il cambio di modello di business comporta anche un cambio di sistema lavoro.

Non mi pronuncio su cosa sia corretto fare. Tutti coloro che lavorano nel settore sanno che non c’è la ricetta certa e sicura. E poi chi ha pensato e sta provando questa strada, non è il ragazzino alle prime armi. Anzi, oltre a trattarsi di un grande giornale, le persone stanno mettendo sul fuoco anche il loro posto di lavoro. Quindi, se l’obiettivo è quello di far crescere il giornale, massimo rispetto.

Piuttosto nel documento che ho letto a me risuonano le assenze.

Mancano le professionalità contemporanee che nei giornali americani invece hanno costituito delle vere e proprie redazioni. Penso a tutte quelle legate all’User Exprerience, come l’architettura dell’informazione, qui al Corriere l’home page viene affidata ad un Desk, ma pare si tratti sempre di giornalisti. Di architetti dell’informazione interni al giornale pare non ce ne siano.

Mancano le professionalità riguardanti i social. O meglio, non il classico social media manager che già c’è, come ci sono i social editor, ma mancano quelle figure come il public editor, che sta tra il pubblico e i giornalisti ed è un giornalista.

I social del Corriere purtroppo non vanno benissimo. Basta visitare la pagina ufficiale di facebook. Su 2 milioni di like alla pagina (veri o comprati?) i like ai singoli articoli si limitano a qualche decina. Si arriva a 100 al massimo! Non mi metto a fare neanche quanto sia in percentuale. Idem per i commenti e le condivisioni.

Si può fare di meglio? A quanto pare si. Lo fa La Stampa che con meno di 500mila like, sui singoli post riceve un engagment notevole.

Da quanto letto in giro, dicono che  i giornalisti saranno tutti formati. Ma sappiamo tutti che oggi la formazione è insita nelle professioni del web. Perché non lo hanno fatto? E chi lo ha certamente fatto, perché non è stato finora ascoltato? E sarà ascoltato adesso?

E ancora… Tutti coloro che hanno un blog si occupano (bene o male) di SEO, e tutti sanno che è una professionalità in cui non basta saper scrivere o essere un ottimo giornalista. Che ogni giornalista si occupi della propria SEO, che faccia una scelta di tassonomia propria (sigh!), creerà solo un gran casino. Speriamo che ci siano dei professionisti sempre interni.

Nel documento si parla della qualità. Ma se non ci fossero i professionisti del settore, magari ci sarà un contenuto di qualità che va giù perché la SEO è fatta male. E un articolo scarso con una SEO migliore che va su. E comunque non ci sarebbe omogeneità. E così anche con la tassonomia.

E infine, nel documento si parla di turnazione, scambio di consegne, riunione fisse ogni giorno a determinate ore, chiunque abbia lavorato in aziende complesse sa, nella pratica, come poi va a finire. Alla prima emergenza o alla prima notiziona del mese, salta tutto.

Insomma, che dire? Ci auguriamo tutti che funzioni! In bocca al lupo!

La cultura del Like

La cultura del Like è una cultura che non mi piace. La cultura del Like è il contrario del FareRete, delle unioni, dell’interesse.

E se non fosse affatto una questione di Social? Se si trattasse solo di cogliere gli argomenti giusti, attrarre un gruppo di persone davvero interessate? Se fosse necessario solo far trovare le informazioni necessarie e basta?

Mi capita spesso di fare delle indagini di mercato. Osservo i comportamenti degli utenti e faccio le mie  sperimentazioni.

Nella costruzione di siti, ormai tutti danno per scontato che ci debba essere la condivisione sui social, che tutti condividano, che possano condividere gli articoli che si leggono con altri.

Ma dove sta scritto che quello che leggo io interessi anche i miei amici? Il valore dei like va diminuendo sempre più come quello dei followers e aumentano sempre di più le relazioni.

A me non piace il like, se poi a questo like non segue alcuna azione.

E’ come se voi invitaste un gruppo di amici a cena e tutti a fare grandi complimenti e nessuno mangiasse. Quale sarebbe la vostra sensazione? Credereste a quei complimenti? Invitereste nuovamente quele persone a mangiare dato che poi di cotanto cibo non avreste di che farvene. Sarebbe uno spreco. Ecco molte aziende oggi vivono di questo. Di questi complimenti, di queste storie finte.

La colpa non è nostra, non c’è nessuna colpa. La cultura del like deriva dalla cultura dello squillo. 10, 20 anni fa, quando le telefonate al cellurare erano costose non ci si sentiva tutti i giorni, ci si faceva gli squilli. Era un pensiero, un modo di stare in contatto, una esclusiva novità. Ma non ci si parlava. Si poteva condurre un’intera vita a fare squilli e non sapere cosa cavolo volesse l’altro da te, amicizia o amore o altro ancora.

La condivisione vera è faticosa. E un copia e incolla di un link non è cosa impossibile, ma che impiega il nostro vero senso di appartenenza a quel link. Mostrare che l’articolo è stato condiviso o non condiviso è informazione che riguarda chi scrive, non chi legge. E noi lettori, io lo sono di altri articoli, abbiamo l’unico dovere che è quello di leggere. Se ci piace qualcosa ritornare, se non ci piace andare altrove in cerca di meglio.

 

Giornali del futuro: una questione di cambiamento.

I giornali del futuro sono argomento quotidiano di una grossa fetta dei professionisti del web. Non ci sono in ballo solo i posti di lavoro di giornalisti e di tutto l’indotto. Si parla di Democrazia, Informazione intesa come strumento volto a far comprendere e capire il mondo in cui stiamo vivendo, di Conoscenza e Coscienza.

Questo articolo è comunque destinato ad essere aggiornato, almeno fino alla fine dell’anno.

Parto da quanto già pubblicato da DataMediaHub sull’anno che verrà. Un post davvero disarmante e che pone le stesse osservazioni di buon senso che fa chiunque frequenti il mondo del content marketing e dell’editoria.

E’ innegabile che all’interno dei grandi gruppi editoriali italiani ci siano professionisti di alta qualità. Risulta difficile pensare che queste persone non abbiano una mente aperta e che non leggano libri, blog di settore e non guardino all’estero con occhi migliori di altri. Ma a quanto pare non si tratta di non saper quello che c’è da fare, piuttosto si tratta della paura di cambiamento.

Da un lato ci sono tutte le teorie del mondo che cambia, dei nuovi professionisti del web (tra cui social media manager ma anche architetti dell’informazione e tutte le diramazioni dell’User Experience) che invitano al cambio di marcia e alla sperimentazione; e dall’altro lato ci sono aziende fondate 120, 130 anni fa, Editori di lunga data che seppure in fortissima perdita, seppure tutte le tendenze conduco al fallimento o chiusura totale, ancora qualcosina guadagnano.

Ci ho spesso pensato, anche quando leggo di scelte scellerate, scelte volte al consolidamento del preesistente, al mantenimento dello status quo. E certamente se mi vien rabbia, per il fatto che non si danno possibilità a talenti sparsi e a giovani di grandi idee, dall’altro posso e devo capire anche che un professionista che ha lavorato per anni per multinazionali editoriali, che è a capo di un giornale nazionale o a capo di una divisione consolidata (non dunque l’ultimo arrivato) che ha gli ultimi 5 o anche 10 anni di lavoro per la pensione, perché dovrebbe imbarcarsi nella sperimentazione? Perché dovrebbe provare qualcosa di nuovo? Perché rischiare un fallimento clamoroso che metterebbe a repentaglio il proprio bonus di centinaia di migliaia di euro?

A mio parere due cose dovrebbero cambiare: l’idea di fallimento dovrebbe essere messa da parte e riposizionata come risultato e di conseguenza spingere alla sperimentazione così come avviene negli Stati Uniti.

In Italia è un cane che si morde la coda, una classe dirigente sempre più vecchia che tira a campare, impedisce l’ammodernamento vero delle aziende. Si preferisce guardare a quello che fanno e dicono all’estero, analizzarlo, trovare soluzioni migliori per in fine dire che qui non si può fare.

E allora attendiamo che questi editori falliscano definitivamente? A che pro, continuare a creare gruppi di discussione e parlare di massimi sistemi?

Nell’articolo di DataMediaHub ci si augura che si parli di meno e si faccia di più. Ci uniamo a questo augurio che porterebbe nuovi posti di lavoro, nuove professionalità, uno sguardo allargato all’estero e quindi una ventata di internazionalità, un ammodernamento dei media nazionali.

Tenere su un giornale economicamente è certamente difficile. Far partire da capo un modello di business sperimentale, senza gli adeguati fondi, può essere rischioso. Ma dovrebbero essere i grandi editori, in questa precisa fase storico economica che possono fare sperimentazione. Andare alla ricerca di talenti del presete che permettano di affrontare il futuro in maniera più solida. E produrre un cambiamento culturale davvero sostanziale.

Per chi vuole approfondire il tema può leggere questo libro: i giornali del futuro, il futuro dei giornali. In questo libro è possibile oltra a leggere il parere dell’autore Pier Luca Santoro, esperto di comunicazione ed editria, le interviste ai dirigenti dei maggiori editori italiani. Insomma, tutto quello che vorrebbero e potrebbero fare e non fanno.

A me, alla fine del libro, è montata tanta rabbia, ma è comunque da leggere!

Francesco Piccinelli – Il giornalismo che vorrei nel 2016 – Un paio di dritte su quello che — secondo me — dovrebbe fare la professione per sopravvivere

E poi le idee di Wolfgang Blau, stratega digitale del giornale “The Guardian”

 

Guardiamo e pensiamo, con attenzione, al futuro !

Futuro! Guardiamo e pensiamo al futuro! Al nostro futuro!

Siamo alla vigilia di Natale 2015 e oltre alla preparazione dei cenoni e dei pranzi ci si prepara a tirare le somme di un anno davvero interessante. I macro cambiamenti economici portano alla modifica delle vite di ciascuno. E’ innegabile!

Intanto vediamo i Trend del 2015 attraverso l’ascolto dei social. Qui trovate articolo e infografica!

Da una analisi superficiale si nota che le notizie più condivise sono su due qgrandi temi: le notizie riguardanti lo style life ( e dunque famiglia, salute, formazione, salute della famiglia) e le notizie riguardanti le emozioni.

Questo è lo stato della realtà digitale soprattutto su Facebook, oggi.

Questo dimostra che nonostante l’importanza di questi temi non c’è ancora un uso maturo di internet e non si sfruttino a pieno le potenzialità della Rete.

Non fraintendetemi! Ripeto, stile di vita ed emozioni sono temi importantissimi! Anzi, il bisogno di condivisione significa che tutti noi guardiamo con attenzione alla formazione dei figli, alla cura di anziani genitori, che cerchiamo la giusta convivenza con il partner. E ci mancherebbe.

Ma siamo ancora nella fase ludica, anche se il gioco è una cosa serissima!

Come sostiene Clay Shirky, la maturità della rete, l’uso pieno delle opportunità della rete arriverà quando sula Rete riusciremo a modificare la realtà con le nostre battaglie su internet. Ossia, quando attraverso la socializzazione spinta che la Rete ci permette di avere, potremmo difenderci dalle ingiustizie e dai soprusi.

Su certi temi, alcuni cittadini delle periferie un tempo erano da soli, oggi è possibile creare blog, siti, gruppi social, account twitter attorno ad un tema. E chissà cosa avremo in futuro!

Ma non si tratta di cliccare un like, non si tratta di condividere idealmente un pensiero e poi ritornare all’indifferenza quotidiana. Anzi, significa intanto interessarsi al tema, approfondirlo, stuadiarlo. E poi significa sbracciarsi e con uno slancio di generosità darsi da fare.

Solo attraverso questa consapevolezza di potere, solo attraverso l’unione ci si potrà difendere dalle ingiustizie che saranno sempre più numerose e sempre più forti.

Lo tsunami di comunicazioni del futuro che è in arrivo (oggi viviamo in una fortissima mareggiata) dividerà ancora di più la società producendo divisioni e scollamenti pericolosi.

Da un lato una popolazione altamente informatizzata e digitale e dall’altra una massa di persone che seppure seguiranno il flusso non saranno al’altezza della situazione. Chi ne avrà il controllo deciderà le sorti del mondo e delle economie.

Vi propongo un video di Clay Shirky, Social Media Theorist, del 2009. Si tratta di un video di 7 anni fa. Ma quella maturità di cui lui parla non si è ancora attuata se non per sporadici esempi!

Pornhub Insights

Pornhub Insights è la scoperto di oggi. Scopro, infatti, che il famoso aggregatore di siti porno più famoso al mondo fa data analytics in modo serio e massiccio.

Oltre ad essere interessante è anche molto divertente.

Pornhub Insight rivela i gusti nascosti del mondo, almeno di quello occidentale, quelli di cui nessuno vuole parlare. Non si trovano commenti sul sito neanche a pagarli. Eppure qualcosa da imparare c’è.

Almeno due lezioni o promemoria:

Intanto c’è da imparare o da ricordare che un sito di aggregazione controlla i propri utenti, ne monitora i comportamenti e di conseguenza fa le sue proposte, con modifiche al sito, aggiustamenti alle categorie e alla tassonomia e quindi alla semantica.

Lo fanno loro che è chiaro cosa vendono. Lo fanno loro che sanno più di tutti quali sono i bisogni dell’utente.

Non si capisce perché non lo fanno i grandi giornali, le grandi aziende, che dovrebbero vivere di analisi, metriche e engagment, in cui sono meno chiari i bisogni e dunque la cura dell’utente dovrebbe stare al centro di qualunque strategia.

Se andate al sito http://www.pornhub.com/insights , tranquilli, non troverete immagini scandalose, troverete tutta una serie di analisi, di numeri, di grafici ben gatti e con una bella grafica. Insomma, è un sito per professionisti, che si può aprire anche in ufficio. Trovate i gusti degli uomini contro i gusti delle donne oppure i dati di confronto tra utenti Apple e utenti Android. Insomma, un sito molto più serio di altri.

La più divertente analisi fatta pochi gioni fa è quella sottolineata da Pier Luca Santoro, delle ricerche più popolari riguardo le parodie hard. Qui di seguito vi riporto l’analisi.

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A quanto pare Avengers, American Dad e Scooby Doo sono i più ricercati. Insomma, si va alla ricerca di un risvolto un può più forte rispetto all’originale, dove già l’originale ha una bella storia. Da quanto scritto nell’articolo edito da Pornhub Insights, anche walking dead ha un buon successo.

E questa è la seconda lezione o promemoria da segnarsi. Alla gente piacciono le storie e quando un format è bello e duraturo nel tempo questo viene seguito in tutte le salse, sia nella versione originale, sia nella versione hard, sia nella versione on o off line.

Mi sembrano due cose importanti da condividere.

Social TV novità o cosa vecchia?

La social TV è una novità oppure non è altro che una vecchia storia?

Oggi, tutti gli addetti ai lavori social, non parlano d’altro: la puntata di Report che si è occupata di Eni.

Cosa è successo? E’ successo che durante la trasmissione di Report, Marco Bardazzi (Communications Director at @eni) dall’account ufficiale twitter di Eni controbatte a Report rispondendo che quanto detto dalla trasmissione è falso.

Non solo, ecco la novità. Non solo risponde in diretta, ma anche rimanda a un link dove trovare tutte le informazioni e le risposte che secondo l’azienda sono state già date e non dette dalla trasmissione.

Ne nasce un dialogo tra Bardazzi, Gabanelli e il direttore di Rai3 Vianello. Insomma, tutti i pezzi da 90 che dialogano in pubblico, attraverso twitter e collegati attraverso hashtag. Fosse la puntata di un Talk, ci sarebbero milioni di persone a guardare. Ma anche su twitter non si scherza a numero di follower.

Il commento di tutti è che si tratta di una rivoluzione. La televisione non si guarda più passivamente, ma chi è il protagonista, giudice o imputato, diventa attivo, accerta se quanto dice la tv è vero o falso, e poi giornalisti, direttori e quanti sono coinvolti nel programma rispondono. E quindi la tv si trasferisce, bene o male, sul tuo smartphone e diventa pure più interessante.

Questa è una rivoluzione del giornalismo, secondo me, ma anche secondo tanti altri esperti del settore. E non della televisione vera e propria. La social TV è presente fra di noi da un bel po’ di tempo, si parla di anni. Certo il giornalismo e i giornalisti non ne vogliono sapere di far parte di questo nuovo secolo abbarbicati come sono nel loro infinito 1900. Non sia mai… ma gli altri, si stanno evolvendo.

In che senso? Nel senso che ormai è da tempo che i telespettatori commentano i programmi su Twitter. In casa nostra, basta andare su Twitter e cercare l’hashtag #lagabbia oppure ancor più popolare #gazebo, per dirne davvero due, ma ci sono le grandi serie TV internazionali che ormai imperversano in tutte le lingue.

Ma questo non nasce da una rivoluzione vera e propria, ma da una evoluzione lenta e inesorabile.

Come dire… sono anni che negli Stati Uniti e a dire il vero anche in Italia durante la creazione di un Format e/o programmi tv, oltre agli autori e al regista e ad uno staff di creativi c’è la figura del social media manager o social media editor. Queste ultime figure professionali social contribuiscono sia alla creazione fattiva del programma, sia nel rendere e adattare il prodotto il più social possibile sin dalla sua nascita. In modo che quando il programma va in onda sia facile al social media manager comunicare, ma soprattutto sia facile agli utenti fare social parlando di quel programma, serie tv e renderlo davvero virale.

La rivoluzione magari arriva per il giornalismo, buon per loro, perché finalmente questo può far capire che oltre l’inesorabile chiusura dei loro giornali, c’è qualche possibilità. Ma non mi pare.

Per chi vuole seguire altri commenti qui un po’ di link

L’articolo di Insopportabile su Medium

Jacopo Paoletto su #ENIVSREPORT: CRISIS MANAGEMENT E REPUTATION ONLINE AI TEMPI DELLA SOCIAL TV.

Il commento di Massimo Mantellini con cui non concordo E che conferma che non ci sarà evoluzione nel giornalismo italiano. Non è quel che dice “È tutto teatro, cibo per gli esperti di comunicazione, slide per i loro prossimi convegni.”